giovedì, 11 settembre 2008
venerdì, 29 agosto 2008
Il 17 agosto 1981 sono entrata in coma. Due settimane prima di questo momentaneo sprofondamento, dalle mie parti c’era il concerto di Pino Daniele e io avevo comprato il biglietto. A quel concerto non andai perché stavo già male. Ci tenevo tanto a vederlo con la storica band* tutta napoletana, James Senese compreso. Per festeggiare i trenta anni della sua attività , Pino Daniele è in tour con la storica band. Sono riuscita a sanare questo debito con la mia vita, sono andata al concerto. Nell’81 il concerto si teneva in un luogo ameno della provincia. Immagino quale carente organizzazione potesse esserci per quel concerto (qualche concerto ero riuscita a vederlo prima del cedimento strutturale). Ma all’epoca la musica mi faceva sognare troppo per accorgermi della realtà . Oggi non mi basta più la musica di Pino Daniele per non farmi incazzare per la bruttezza del luogo in cui si tiene il concerto, un alveare di case a distruggere un bellissimo tratto di costa; per lo spazio adibito ai concerti, un rettangolo recintato come fosse un pollaio in un terreno scosceso a sfavore di pubblico; per i ringraziamenti dovuti al politicone di turno per il considerevole contributo economico fatto elargire per realizzare tutto questo (?); per la risposta scoglionata del poliziotto che ci dice che dall’uscita di sicurezza non si può uscire perché c’è il cancello chiuso a chiave perché quella è proprietà privata (??). La musica di Pino Daniele e la storica band sono riuscite a curare una vecchia ferita, ma non c’è niente che guarisca dall’orrore. Non c’è più bellezza intorno a me e io rischio di morire dissanguata un’altra volta. *per gli incompetenti: la storica band era composta da Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e l’immarcescibile James Senese.
venerdì, 29 agosto 2008
Quando un uomo tiene il conto del mio ciclo mestruale e mi fa domande del tipo “non dovevano venirti oggi?â€, io mi sento un po’ fidanzata.
martedì, 26 agosto 2008
Io lavoro presso un’istituzione pubblica, ma da precaria finché morte non ci separi. Di tanto in tanto a lavorare non ci vado. Non è una cosa a scadenze fisse, tipo. No, è che di tanto in tanto il mio corpo si semi immobilizza, il cervello recita versetti satanici all’incontrario schiumando e quel po’ di stima che ho per me stessa mi toglie il saluto. Credo che questi particolari sintomi, non ascrivibili entro i rigidi schemi della medicina ufficiale, dipendano dal fatto che vivo nel costante timore che la stabile presenza in quel luogo di lavoro, possa indebolire le mie capacità intellettive, certo volte resto sconcertata da come riesce ad essere diversa persino l’andatura quando sono lì. Il mio incubo ricorrente è che la totale assenza d’idee, organizzazione, senso del dovere della classe dirigente possa contagiare anche me. Ma come, mi si potrebbe dire, senso del dovere della classe dirigente? Se tu di tanto in tanto non vai a lavorare, ti hanno già contagiato! Quando la mia classe dirigente non è in grado di organizzare, ottimizzare il mio lavoro, IO ne pago lo scotto. Di tanto in tanto, ostinata, mi prendo anche il disturbo di suggerire qualche semplice ma efficace accorgimento, tipo creare un indirizzo mail ai dipendenti dotati di pc per evitare di far passare le comunicazioni interne attraverso fogli e fogli che i solerti camminatori ti recapitano. Solo che, quando mi lancio in questo tipo di consigli, il funzionario che ho davanti assume l’espressione di chi sta ascoltando un elefante che parla in tedesco e alla fine, quando si rià dallo stordimento di quelle parole astruse, mi risponde: l’età media dei dipendenti è alta, non capirebbero… Non capirebbero? Tu non capisci! Abbiamo metodi lavorativi che erano già superati alla fine dell’800! Ma i miei dirigenti, a loro volta, sono vittime della cattiva gestione al livello superiore. Si ritrovano a lavorare in strutture che non sono in grado di contenere l’esubero di personale che viene, senza una logica percepibile, assegnato dall’alto. Certe volte immagino che bendino il figlio imberbe di un alto dirigente, chessò, del capo di Gabinetto, e gli facciano estrarre a sorte i nomi degli oltre 100 nuovi fortunati che verranno parcheggiati lì da noi, ormai siamo testa a testa col CPA di Lampedusa, con gli ultimi sbarchi ci ha raggiunto. I fortunati solitamente provengono da una qualche ditta o fabbrica fallita, per cui sono tutti ex qualcosa. Spesso a noi, istituzione culturale, affibbiano quelli con il grado d’istruzione più basso. Credo che la media del grado di istruzione di tutti i presenti, dirigenti compresi, non superi la quinta elementare. Io spalo carbone con le mani. Credo che la mia parte del mancato senso del dovere di chi a vario sta sopra di me, me la carico (nel caso del mio lavoro, credetemi, letteralmente) quotidianamente. I giorni in cui mi assento è perché proprio ho raggiunto il bonus.
domenica, 03 agosto 2008
Mi capita spesso di infilarmi in bagno senza verificare, prima di un’urgente pipì, l’esistenza della carta igienica. Spesso infatti la carta igienica è defunta, il che finisce per lasciarmi lì seduta ad impormi una serie di decisivi quesiti. Salto con fare felino direttamente sul bidé, o cerco di raggiungere alla velocità del suono (maggiore di quella dell’eventuale goccia suicida) il punto in cui si trova il pacco da 50 della carta igienica? Peggio va quando trattasi di bagno di amici, magari non troppo intimi, di cui non conosco nulla, nemmeno il bagno. Comincio a ragionare, ad andare di logica. Dunque, dove potrebbe stare la carta igienica, considerate le dimensioni della stanza, i gusti dell’arredatore ed il carattere del padrone di casa? Se la mia ipotesi si trova in un punto raggiungibile senza spargimenti, tento l’avventura. Se questa dovesse aver stabilito una distanza non copribile, tento di raggiungere il primo rubinetto a portata di mano. Vasca, lavandino, bidé non importa. L’importante è un po’ d’acqua. Nei bagni pubblici, soprattutto dalle nostre parti, dove l’attenzione al cliente prima di tutto, non hai speranze. Tenti di saltellare verso il lavandino, quando c’è. Quando non c’è tenti di saltellare e basta. E dire che tutto questo è evitabile con delle piccole ma risolutive variazioni comportamentali: sostituendo il rotolo della carta igienica quando questa finisce, ricordandosi di non arrivare in bagno quando ormai scappa, munendosi di fazzolettini di carta. Ma in ogni caso e ovunque controllare, prima di cercare sollievo, che ci sia la carta igienica, per liberarsi di tutta una serie d’inutili acrobazie facilmente evitabili. Ecco, ora allarga questo cazzo di semplicissimo concetto ad altri campi della vita. E metti la carta igienica in bagno.
sabato, 02 agosto 2008
Queste sono le immagini che hanno accompagnato la mia estate da adolescente.
Alle 10.25 nella sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Bologna esplose un ordigno che uccise ottantacinque persone, ferendone oltre duecento.
Quel giorno la stazione era affollata di turisti in partenza per le vacanze.
La strage di Bologna è stato uno degli atti terroristici più gravi.
giovedì, 24 luglio 2008
Poi c’è chi si stupisce del fatto che io sia single. Ma, dico, li avete visti quelli della mia generazione? Ce n’è una buona percentuale che non ha le palle per prendersi cura e responsabilità di una relazione. L’altra metà è di una noia mortale. Nell’insieme sono nostalgici dei tempi andati, dei valori di sinistra, dell’impegno post anni di piombo (ovvero il periodo più nero dell’ideologia di sinistra!). Quel tipo di nostalgico che è legato a quel periodo perché è stato l’unico momento in cui quei valori gli sono veramente appartenuti, o così gli sarà sembrato, almeno allora. Di quei valori sono rimaste solo le sagome di cartapesta. Qualche vecchio poster, conservato da qualche parte. Ogni tanto sbuca una maglietta rivoluzionaria. Ma niente, davvero niente dei comportamenti di oggi lascia intuire i valori di un tempo. E io mi annoio. Mi annoio e m’intristisco.
martedì, 22 luglio 2008
Pretendere che io trovi interessante un libro incentrato sul calcio, è come pretendere che tu trovi interessante un libro che ruota attorno all'arte del punto croce.
giovedì, 17 luglio 2008
Io conosco molta gente ma non credo di avere molti amici. Gli amici per me sono quei pochi che ho voglia di sentire quanto mi sento persa, che tanto solo loro sopporterei nei momenti così. Quelli che dicono quella fondata osservazione che so rappresentare un mondo, mio e dell’amico che me lo mostra proprio quando ne ho bisogno. Quello che mi guarda negli occhi e con gli occhi mi sorride, mi rimprovera, mi sta accanto. Questo non sminuisce il ruolo che hanno le tante persone che vedo, che incontro, con cui passo piacevoli momenti. Ci sono persone con cui condivido passioni, altre con cui passo momenti all’insegna della leggerezza (leggi cazzeggio totale), altre ancora, che magari conosco ancor meno, di cui ho voglia di ascoltare le storie, che hanno vite che mi affascinano. Ho imparato molto da queste persone che il più delle volte forse neanche immaginano quello che hanno significato per me. Le penso spesso con affetto e gratitudine per i loro inconsapevoli suggerimenti. È che ho passato tutto il giorno litigando e sono stanca.
venerdì, 11 luglio 2008
Stamattina sulle prime pagine di la Repubblica era riprodotta la scheda utilizzata dalla Questura di Napoli per il censimento dei nomadi, con tanto di indicazioni relative all’etnia e alla religione. Qualche pagina più avanti ho letto della sentenza della Cassazione che ha assolto un quarantenne di Perugia dall’accusa di detenzione di stupefacenti (era stato trovato con un etto di marijuana) poiché, essendo seguace della religione rastafari, l’uso era una finalizzato alla ricerca spirituale. Andiamo tutti con fiducia a farci prendere le impronte dichiarandoci di religione rastafari!