Il principio della fine era già tutto lì. Correva l’anno 1989, l’università aveva l’aspetto di una polveriera malmessa che rischiava di esplodere per cedimento strutturale, non per esplosione. A noi, in Sicilia, cedimento strutturale, come concetto, ci piace. Sembrava che tutto dovesse essere rivoltato come un calzino, si capivano un sacco di cose prima oscure. O almeno questa era la sensazione più forte che avevo avvertito fin dai primi giorni di assemblee permanenti. Si capiva che dietro alle cattedre c’erano professori aridi e privilegiati, si capiva che dietro all’istruzione universitaria c’era gentaglia di poco valore, finalmente vedevo l’inganno di quello che per me aveva rappresentato il riscatto dalla famiglia di provenienza dove l’istruzione non era mai stata una priorità . Mia madre è analfabeta, credo che abbia frequentato, per altro a singhiozzo soltanto la prima elementare quando ormai aveva 11 anni. Mio padre si è spinto oltre: ha superato le medie e persino azzardato un’iscrizione al primo anno di scuola professionale poi abbandonata. Insomma, a casa mia i libri non avevano un gran posto. Avevamo giusto l’enciclopedia Motta presa a rate dal solito rivenditore porta a porta che aveva convinto mio padre, quando noi avevamo 4 o 5 anni, che per il nostro futuro quell’acquisto era necessario. Mio padre, per fare posto al nuovo acquisto, aveva dovuto realizzare una libreria apposita, essendo la casa sprovvista di questo genere di mobilia. Aveva ragione. Solo che quando fummo in età da enciclopedia, la gloriosa Motta era un po’ vecchiotta. Capite bene la portata del riscatto che per me e per la mia famiglia rappresentava l’iscrizione all’università . A casa università era una parola carica di fascino perché misteriosa, nessuno sapeva bene cosa volesse dire. Neanche io, per la verità , quando decisi di iscrivermi, e non me ne importava più di tanto. L’avevo deciso solo perché iscriversi all’università significava andare via dal luogo angusto in cui avevo sempre vissuto male e andare a vivere in città .
I primi giorni trascorsi in facoltà li ho passati a vagare da un’aula all’altra nel tentativo di capire:1 cosa avrei dovuto studiare esattamente; 2 quali materie avrei dovuto seguire per assicurarmi il buon esito dell’esame; 3 una volta individuati i due punti iniziali, come procurarmi i libri senza spendere una lira. Già perché la mia decisione di andare all’università , a casa non era stata accolta proprio con un’ovazione. La prima cosa che mi venne detta fu: “non abbiamo tutti questi soldi per farti studiareâ€. Questo lo sapevo, il sospetto che non fossimo ricchi mi aveva raggiunto che forse non ero ancora alle elementari. Comunque, quello era anche un periodo difficile tra me e i miei genitori, non ci parlavamo da mesi quando annunciai le mie intenzioni. Capite le prime elementari priorità che c’erano da capire sul funzionamento dell’università , restava tutto il resto: studiare e dare gli esami. In effetti io non mi ero iscritta all’università per studiare ma solo per andare via da casa, ma una volta capito cosa studiare non mi restava altro da fare. Per fortuna ci fu il 1989, l’anno della Pantera! La Pantera era il nome del movimento studentesco che prese le mosse proprio dalla mia facoltà . Il nome però non l’abbiamo scelto noi studenti, è stato creato da due pubblicitari romani che hanno deciso di donarlo al nascente movimento. Andò così: la notte del 27 dicembre 1989 venne avvistata una pantera a Roma, in mezzo alla Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l'avvistamento. Da qui l'inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera di Roma. È a questo punto che i due creativi inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli studenti ribelli dell'Università "La Sapienzaâ€. Fu per me un momento bellissimo, di grande movimento, di voglia di capire e di fare. Per fare si faceva un po’ pochino, in verità , però era bello stare lì a cercare di capire cosa fare esattamente. In qualche momento magico credo sia arrivata a tutti la sensazione di sapere esattamente cosa fare. Ad un certo punto cominciarono a circolare sugli organi di informazione notizie di presunte infiltrazioni di vecchie sigle brigatiste, stavano cercando di intrufolarsi nel movimento studentesco per sobillarci, e come sappiamo bene la paura è sempre cattiva consigliera. Il clima di fiducia che si era creato tra studenti e opinione pubblica cominciò ad incrinarsi, e così anche la nostra fiducia verso il cambiamento. Il movimento si sfaldò, le coscienze si dispersero in mille rivoli inutili e dopo 127 giorni di onorata occupazione, anche l’ultima facoltà venne sgomberata.
Ma i cambiamenti che vennero annunciati con la lotta studentesca non finirono lì. Con la grande attenzione che la Regione Siciliana ha sempre dimostrato nei suoi governi verso i giovani, nel marzo del 1989 venne approvato con un finanziamento per “progetti di utilità collettivaâ€, nobilissima idea, che prevedeva la copertura per il triennio seguente. Il lavoro in cooperative impegnate in tali progetti sarebbe dovuto durare a turno per tutti soltanto un anno. Con successivi finanziamenti di copertura, stimolati dalle proteste dei precari e dal consenso politico, la Regione negli anni ha rinnovato di volta in volta i finanziamenti. La formula funzionò talmente bene che alla fine degli anni Novanta il numero complessivo dei precari creati dall’amministrazione regionale raggiunse i centomila. Un numero immenso di giovani e meno giovani fino allora disoccupati si trovava ad avere un mezzo stipendio, un mezzo lavoro e una mezza vita. Così, nel 1991, anch’io entrai nel meraviglioso mondo a parte del precariato siciliano. In Sicilia si va subito nel panico quando si comincia a cercare lavoro, capisci subito che hai più chance con il superenalotto. E io per i giochi non sono mai stata tanto portata. Chi comincia a lavorare così, e chi comincia a farlo da qui, dalla Sicilia, non ha mai l’esatta percezione di cosa sia il mondo del lavoro, quello vero. Qui il mondo del lavoro precario consiste in una serie di divieti (non puoi far altro lavoro se non quello circoscritto, blindato e sempre uguale che prescrive il tuo contratto precario), una serie di mancate possibilità di allontanartene (non puoi interrompere adesso il rapporto di lavoro perché sennò non rientri nei rinnovi contrattuali promessi dall’attuale governo che crede nello sviluppo) e in una serie di vessazioni. Le vessazioni provengono dagli impiegati a tempo pieno della pubblica amministrazione che temono, con la presenza dei precari, di vedere sminuire i privilegi agevolmente ottenuti grazie al lavoro di arroganza dei sindacati che in alcuni casi hanno un potenziale bacino elettorale maggiore di certi politici. Ho passato quasi un anno a sentirmi fortunata per il lavoro che avevo, molti dei miei amici non riuscivano neanche a trovare occupazione come venditori porta a porta di enciclopedie Motta. In tanti sono andati via con il cuore a pezzi perché costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti. Io sono rimasta, il lavoro l’avevo, sarei stata una pazza a lasciarlo per cercare fortuna altrove. Avevo qui la mia fortuna, il mio lavoro precario a vita. Per carità , molti di quelli che sono andati via sono precari. Ma precario è un aggettivo polisemico in questo caso.
La generazione che oggi naviga tra i quaranta cinquant’anni, la mia insomma, è quella più devastata da questa ecatombe. Le speranze che il movimento studentesco aveva acceso, sono state uccise a colpi di contratti blindati, insulsi rinnovi sudati a forza di occupazioni mortificanti. Abbiamo compiuto lunghe battaglie per restare a fare un lavoro di umiliante che ha definitivamente castrato i nostri sogni. Una lotta che ci ha allontanato dai veri problemi di questa maledettissima terra, ci ha reso tutti indistintamente dapprima muti, e oramai anche sordi ai richiami della coscienza individuale e collettiva. Abbiamo accettato la nostra disfatta, accettando di non contare nulla per questa nostra isola che ci detesta e che con noi ha ottenuto il risultato di non avere voce per urlare la rabbia, e neanche più orecchie per ascoltare quella di chi ha ancora ce l’ha.
I primi giorni trascorsi in facoltà li ho passati a vagare da un’aula all’altra nel tentativo di capire:1 cosa avrei dovuto studiare esattamente; 2 quali materie avrei dovuto seguire per assicurarmi il buon esito dell’esame; 3 una volta individuati i due punti iniziali, come procurarmi i libri senza spendere una lira. Già perché la mia decisione di andare all’università , a casa non era stata accolta proprio con un’ovazione. La prima cosa che mi venne detta fu: “non abbiamo tutti questi soldi per farti studiareâ€. Questo lo sapevo, il sospetto che non fossimo ricchi mi aveva raggiunto che forse non ero ancora alle elementari. Comunque, quello era anche un periodo difficile tra me e i miei genitori, non ci parlavamo da mesi quando annunciai le mie intenzioni. Capite le prime elementari priorità che c’erano da capire sul funzionamento dell’università , restava tutto il resto: studiare e dare gli esami. In effetti io non mi ero iscritta all’università per studiare ma solo per andare via da casa, ma una volta capito cosa studiare non mi restava altro da fare. Per fortuna ci fu il 1989, l’anno della Pantera! La Pantera era il nome del movimento studentesco che prese le mosse proprio dalla mia facoltà . Il nome però non l’abbiamo scelto noi studenti, è stato creato da due pubblicitari romani che hanno deciso di donarlo al nascente movimento. Andò così: la notte del 27 dicembre 1989 venne avvistata una pantera a Roma, in mezzo alla Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l'avvistamento. Da qui l'inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera di Roma. È a questo punto che i due creativi inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli studenti ribelli dell'Università "La Sapienzaâ€. Fu per me un momento bellissimo, di grande movimento, di voglia di capire e di fare. Per fare si faceva un po’ pochino, in verità , però era bello stare lì a cercare di capire cosa fare esattamente. In qualche momento magico credo sia arrivata a tutti la sensazione di sapere esattamente cosa fare. Ad un certo punto cominciarono a circolare sugli organi di informazione notizie di presunte infiltrazioni di vecchie sigle brigatiste, stavano cercando di intrufolarsi nel movimento studentesco per sobillarci, e come sappiamo bene la paura è sempre cattiva consigliera. Il clima di fiducia che si era creato tra studenti e opinione pubblica cominciò ad incrinarsi, e così anche la nostra fiducia verso il cambiamento. Il movimento si sfaldò, le coscienze si dispersero in mille rivoli inutili e dopo 127 giorni di onorata occupazione, anche l’ultima facoltà venne sgomberata.
Ma i cambiamenti che vennero annunciati con la lotta studentesca non finirono lì. Con la grande attenzione che la Regione Siciliana ha sempre dimostrato nei suoi governi verso i giovani, nel marzo del 1989 venne approvato con un finanziamento per “progetti di utilità collettivaâ€, nobilissima idea, che prevedeva la copertura per il triennio seguente. Il lavoro in cooperative impegnate in tali progetti sarebbe dovuto durare a turno per tutti soltanto un anno. Con successivi finanziamenti di copertura, stimolati dalle proteste dei precari e dal consenso politico, la Regione negli anni ha rinnovato di volta in volta i finanziamenti. La formula funzionò talmente bene che alla fine degli anni Novanta il numero complessivo dei precari creati dall’amministrazione regionale raggiunse i centomila. Un numero immenso di giovani e meno giovani fino allora disoccupati si trovava ad avere un mezzo stipendio, un mezzo lavoro e una mezza vita. Così, nel 1991, anch’io entrai nel meraviglioso mondo a parte del precariato siciliano. In Sicilia si va subito nel panico quando si comincia a cercare lavoro, capisci subito che hai più chance con il superenalotto. E io per i giochi non sono mai stata tanto portata. Chi comincia a lavorare così, e chi comincia a farlo da qui, dalla Sicilia, non ha mai l’esatta percezione di cosa sia il mondo del lavoro, quello vero. Qui il mondo del lavoro precario consiste in una serie di divieti (non puoi far altro lavoro se non quello circoscritto, blindato e sempre uguale che prescrive il tuo contratto precario), una serie di mancate possibilità di allontanartene (non puoi interrompere adesso il rapporto di lavoro perché sennò non rientri nei rinnovi contrattuali promessi dall’attuale governo che crede nello sviluppo) e in una serie di vessazioni. Le vessazioni provengono dagli impiegati a tempo pieno della pubblica amministrazione che temono, con la presenza dei precari, di vedere sminuire i privilegi agevolmente ottenuti grazie al lavoro di arroganza dei sindacati che in alcuni casi hanno un potenziale bacino elettorale maggiore di certi politici. Ho passato quasi un anno a sentirmi fortunata per il lavoro che avevo, molti dei miei amici non riuscivano neanche a trovare occupazione come venditori porta a porta di enciclopedie Motta. In tanti sono andati via con il cuore a pezzi perché costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti. Io sono rimasta, il lavoro l’avevo, sarei stata una pazza a lasciarlo per cercare fortuna altrove. Avevo qui la mia fortuna, il mio lavoro precario a vita. Per carità , molti di quelli che sono andati via sono precari. Ma precario è un aggettivo polisemico in questo caso.
La generazione che oggi naviga tra i quaranta cinquant’anni, la mia insomma, è quella più devastata da questa ecatombe. Le speranze che il movimento studentesco aveva acceso, sono state uccise a colpi di contratti blindati, insulsi rinnovi sudati a forza di occupazioni mortificanti. Abbiamo compiuto lunghe battaglie per restare a fare un lavoro di umiliante che ha definitivamente castrato i nostri sogni. Una lotta che ci ha allontanato dai veri problemi di questa maledettissima terra, ci ha reso tutti indistintamente dapprima muti, e oramai anche sordi ai richiami della coscienza individuale e collettiva. Abbiamo accettato la nostra disfatta, accettando di non contare nulla per questa nostra isola che ci detesta e che con noi ha ottenuto il risultato di non avere voce per urlare la rabbia, e neanche più orecchie per ascoltare quella di chi ha ancora ce l’ha.
postato da: HannahR alle ore 16:49 | Permalink | commenti (1)
categoria:attualità , omologazione, lorrore lorrore
categoria:attualità , omologazione, lorrore lorrore




