venerdì, 17 aprile 2009
Il principio della fine era già tutto lì. Correva l’anno 1989, l’università aveva l’aspetto di una polveriera malmessa che rischiava di esplodere per cedimento strutturale, non per esplosione. A noi, in Sicilia, cedimento strutturale, come concetto, ci piace. Sembrava che tutto dovesse essere rivoltato come un calzino, si capivano un sacco di cose prima oscure. O almeno questa era la sensazione più forte che avevo avvertito fin dai primi giorni di assemblee permanenti. Si capiva che dietro alle cattedre c’erano professori aridi e privilegiati, si capiva che dietro all’istruzione universitaria c’era gentaglia di poco valore, finalmente vedevo l’inganno di quello che per me aveva rappresentato il riscatto dalla famiglia di provenienza dove l’istruzione non era mai stata una priorità. Mia madre è analfabeta, credo che abbia frequentato, per altro a singhiozzo soltanto la prima elementare quando ormai aveva 11 anni. Mio padre si è spinto oltre: ha superato le medie e persino azzardato un’iscrizione al primo anno di scuola professionale poi abbandonata. Insomma, a casa mia i libri non avevano un gran posto. Avevamo giusto l’enciclopedia Motta presa a rate dal solito rivenditore porta a porta che aveva convinto mio padre, quando noi avevamo 4 o 5 anni, che per il nostro futuro quell’acquisto era necessario. Mio padre, per fare posto al nuovo acquisto, aveva dovuto realizzare una libreria apposita, essendo la casa sprovvista di questo genere di mobilia. Aveva ragione. Solo che quando fummo in età da enciclopedia, la gloriosa Motta era un po’ vecchiotta. Capite bene la portata del riscatto che per me e per la mia famiglia rappresentava l’iscrizione all’università. A casa università era una parola carica di fascino perché misteriosa, nessuno sapeva bene cosa volesse dire. Neanche io, per la verità, quando decisi di iscrivermi, e non me ne importava più di tanto. L’avevo deciso solo perché iscriversi all’università significava andare via dal luogo angusto in cui avevo sempre vissuto male e andare a vivere in città.
I primi giorni trascorsi in facoltà li ho passati a vagare da un’aula all’altra nel tentativo di capire:1 cosa avrei dovuto studiare esattamente; 2 quali materie avrei dovuto seguire per assicurarmi il buon esito dell’esame; 3 una volta individuati i due punti iniziali, come procurarmi i libri senza spendere una lira. Già perché la mia decisione di andare all’università, a casa non era stata accolta proprio con un’ovazione. La prima cosa che mi venne detta fu: “non abbiamo tutti questi soldi per farti studiareâ€. Questo lo sapevo, il sospetto che non fossimo ricchi mi aveva raggiunto che forse non ero ancora alle elementari. Comunque, quello era anche un periodo difficile tra me e i miei genitori, non ci parlavamo da mesi quando annunciai le mie intenzioni. Capite le prime elementari priorità che c’erano da capire sul funzionamento dell’università, restava tutto il resto: studiare e dare gli esami. In effetti io non mi ero iscritta all’università per studiare ma solo per andare via da casa, ma una volta capito cosa studiare non mi restava altro da fare. Per fortuna ci fu il 1989, l’anno della Pantera! La Pantera era il nome del movimento studentesco che prese le mosse proprio dalla mia facoltà. Il nome però non l’abbiamo scelto noi studenti, è stato creato da due pubblicitari romani che hanno deciso di donarlo al nascente movimento. Andò così: la notte del 27 dicembre 1989 venne avvistata una pantera a Roma, in mezzo alla Nomentana. Poco dopo una volante della polizia confermò l'avvistamento. Da qui l'inizio di una lunga quanto vana caccia alla pantera di Roma. È a questo punto che i due creativi inventano lo slogan «la pantera siamo noi» e lo regalano agli studenti ribelli dell'Università "La Sapienzaâ€. Fu per me un momento bellissimo, di grande movimento, di voglia di capire e di fare. Per fare si faceva un po’ pochino, in verità, però era bello stare lì a cercare di capire cosa fare esattamente. In qualche momento magico credo sia arrivata a tutti la sensazione di sapere esattamente cosa fare. Ad un certo punto cominciarono a circolare sugli organi di informazione notizie di presunte infiltrazioni di vecchie sigle brigatiste, stavano cercando di intrufolarsi nel movimento studentesco per sobillarci, e come sappiamo bene la paura è sempre cattiva consigliera. Il clima di fiducia che si era creato tra studenti e opinione pubblica cominciò ad incrinarsi, e così anche la nostra fiducia verso il cambiamento. Il movimento si sfaldò, le coscienze si dispersero in mille rivoli inutili e dopo 127 giorni di onorata occupazione, anche l’ultima facoltà venne sgomberata.
Ma i cambiamenti che vennero annunciati con la lotta studentesca non finirono lì. Con la grande attenzione che la Regione Siciliana ha sempre dimostrato nei suoi governi verso i giovani, nel marzo del 1989 venne approvato con un finanziamento per “progetti di utilità collettivaâ€, nobilissima idea, che prevedeva la copertura per il triennio seguente. Il lavoro in cooperative impegnate in tali progetti sarebbe dovuto durare a turno per tutti soltanto un anno. Con successivi finanziamenti di copertura, stimolati dalle proteste dei precari e dal consenso politico, la Regione negli anni ha rinnovato di volta in volta i finanziamenti. La formula funzionò talmente bene che alla fine degli anni Novanta il numero complessivo dei precari creati dall’amministrazione regionale raggiunse i centomila. Un numero immenso di giovani e meno giovani fino allora disoccupati si trovava ad avere un mezzo stipendio, un mezzo lavoro e una mezza vita. Così, nel 1991, anch’io entrai nel meraviglioso mondo a parte del precariato siciliano. In Sicilia si va subito nel panico quando si comincia a cercare lavoro, capisci subito che hai più chance con il superenalotto. E io per i giochi non sono mai stata tanto portata. Chi comincia a lavorare così, e chi comincia a farlo da qui, dalla Sicilia, non ha mai l’esatta percezione di cosa sia il mondo del lavoro, quello vero. Qui il mondo del lavoro precario consiste in una serie di divieti (non puoi far altro lavoro se non quello circoscritto, blindato e sempre uguale che prescrive il tuo contratto precario), una serie di mancate possibilità di allontanartene (non puoi interrompere adesso il rapporto di lavoro perché sennò non rientri nei rinnovi contrattuali promessi dall’attuale governo che crede nello sviluppo) e in una serie di vessazioni. Le vessazioni provengono dagli impiegati a tempo pieno della pubblica amministrazione che temono, con la presenza dei precari, di vedere sminuire i privilegi agevolmente ottenuti grazie al lavoro di arroganza dei sindacati che in alcuni casi hanno un potenziale bacino elettorale maggiore di certi politici. Ho passato quasi un anno a sentirmi fortunata per il lavoro che avevo, molti dei miei amici non riuscivano neanche a trovare occupazione come venditori porta a porta di enciclopedie Motta. In tanti sono andati via con il cuore a pezzi perché costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti. Io sono rimasta, il lavoro l’avevo, sarei stata una pazza a lasciarlo per cercare fortuna altrove. Avevo qui la mia fortuna, il mio lavoro precario a vita. Per carità, molti di quelli che sono andati via sono precari. Ma precario è un aggettivo polisemico in questo caso.
La generazione che oggi naviga tra i quaranta cinquant’anni, la mia insomma, è quella più devastata da questa ecatombe. Le speranze che il movimento studentesco aveva acceso, sono state uccise a colpi di contratti blindati, insulsi rinnovi sudati a forza di occupazioni mortificanti. Abbiamo compiuto lunghe battaglie per restare a fare un lavoro di umiliante che ha definitivamente castrato i nostri sogni. Una lotta che ci ha allontanato dai veri problemi di questa maledettissima terra, ci ha reso tutti indistintamente dapprima muti, e oramai anche sordi ai richiami della coscienza individuale e collettiva. Abbiamo accettato la nostra disfatta, accettando di non contare nulla per questa nostra isola che ci detesta e che con noi ha ottenuto il risultato di non avere voce per urlare la rabbia, e neanche più orecchie per ascoltare quella di chi ha ancora ce l’ha.

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giovedì, 11 settembre 2008
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venerdì, 29 agosto 2008
Il 17 agosto 1981 sono entrata in coma. Due settimane prima di questo momentaneo sprofondamento, dalle mie parti c’era il concerto di Pino Daniele e io avevo comprato il biglietto. A quel concerto non andai perché stavo già male. Ci tenevo tanto a vederlo con la storica band* tutta napoletana, James Senese compreso.
Per festeggiare i trenta anni della sua attività, Pino Daniele è in tour con la storica band. Sono riuscita a sanare questo debito con la mia vita, sono andata al concerto.
Nell’81 il concerto si teneva in un luogo ameno della provincia. Immagino quale carente organizzazione potesse esserci per quel concerto (qualche concerto ero riuscita a vederlo prima del cedimento strutturale). Ma all’epoca la musica mi faceva sognare troppo per accorgermi della realtà.
Oggi non mi basta più la musica di Pino Daniele per non farmi incazzare per la bruttezza del luogo in cui si tiene il concerto, un alveare di case a distruggere un bellissimo tratto di costa; per lo spazio adibito ai concerti, un rettangolo recintato come fosse un pollaio in un terreno scosceso a sfavore di pubblico; per i ringraziamenti dovuti al politicone di turno per il considerevole contributo economico fatto elargire per realizzare tutto questo (?); per la risposta scoglionata del poliziotto che ci dice che dall’uscita di sicurezza non si può uscire perché c’è il cancello chiuso a chiave perché quella è proprietà privata (??).
La musica di Pino Daniele e la storica band sono riuscite a curare una vecchia ferita, ma non c’è niente che guarisca dall’orrore. Non c’è più bellezza intorno a me e io rischio di morire dissanguata un’altra volta.


*per gli incompetenti: la storica band era composta da Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e l’immarcescibile James Senese.

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venerdì, 29 agosto 2008
Quando un uomo tiene il conto del mio ciclo mestruale e mi fa domande del tipo “non dovevano venirti oggi?â€, io mi sento un po’ fidanzata.
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martedì, 26 agosto 2008
Io lavoro presso un’istituzione pubblica, ma da precaria finché morte non ci separi.
Di tanto in tanto a lavorare non ci vado.
Non è una cosa a scadenze fisse, tipo. No, è che di tanto in tanto il mio corpo si semi immobilizza, il cervello recita versetti satanici all’incontrario schiumando e quel po’ di stima che ho per me stessa mi toglie il saluto. Credo che questi particolari sintomi, non ascrivibili entro i rigidi schemi della medicina ufficiale, dipendano dal fatto che vivo nel costante timore che la stabile presenza in quel luogo di lavoro, possa indebolire le mie capacità intellettive, certo volte resto sconcertata da come riesce ad essere diversa persino l’andatura quando sono lì. Il mio incubo ricorrente è che la totale assenza d’idee, organizzazione, senso del dovere della classe dirigente possa contagiare anche me.
Ma come, mi si potrebbe dire, senso del dovere della classe dirigente? Se tu di tanto in tanto non vai a lavorare, ti hanno già contagiato!
Quando la mia classe dirigente non è in grado di organizzare, ottimizzare il mio lavoro, IO ne pago lo scotto. Di tanto in tanto, ostinata, mi prendo anche il disturbo di suggerire qualche semplice ma efficace accorgimento, tipo creare un indirizzo mail ai dipendenti dotati di pc per evitare di far passare le comunicazioni interne attraverso fogli e fogli che i solerti camminatori ti recapitano. Solo che, quando mi lancio in questo tipo di consigli, il funzionario che ho davanti assume l’espressione di chi sta ascoltando un elefante che parla in tedesco e alla fine, quando si rià dallo stordimento di quelle parole astruse, mi risponde: l’età media dei dipendenti è alta, non capirebbero… Non capirebbero? Tu non capisci! Abbiamo metodi lavorativi che erano già superati alla fine dell’800!
Ma i miei dirigenti, a loro volta, sono vittime della cattiva gestione al livello superiore. Si ritrovano a lavorare in strutture che non sono in grado di contenere l’esubero di personale che viene, senza una logica percepibile, assegnato dall’alto. Certe volte immagino che bendino il figlio imberbe di un alto dirigente, chessò, del capo di Gabinetto, e gli facciano estrarre a sorte i nomi degli oltre 100 nuovi fortunati che verranno parcheggiati lì da noi, ormai siamo testa a testa col CPA di Lampedusa, con gli ultimi sbarchi ci ha raggiunto. I fortunati solitamente provengono da una qualche ditta o fabbrica fallita, per cui sono tutti ex qualcosa. Spesso a noi, istituzione culturale, affibbiano quelli con il grado d’istruzione più basso. Credo che la media del grado di istruzione di tutti i presenti, dirigenti compresi, non superi la quinta elementare.
Io spalo carbone con le mani. Credo che la mia parte del mancato senso del dovere di chi a vario sta sopra di me, me la carico (nel caso del mio lavoro, credetemi, letteralmente) quotidianamente.
I giorni in cui mi assento è perché proprio ho raggiunto il bonus.

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domenica, 03 agosto 2008
Mi capita spesso di infilarmi in bagno senza verificare, prima di un’urgente pipì, l’esistenza della carta igienica. Spesso infatti la carta igienica è defunta, il che finisce per lasciarmi lì seduta ad impormi una serie di decisivi quesiti. Salto con fare felino direttamente sul bidé, o cerco di raggiungere alla velocità del suono (maggiore di quella dell’eventuale goccia suicida) il punto in cui si trova il pacco da 50 della carta igienica?
Peggio va quando trattasi di bagno di amici, magari non troppo intimi, di cui non conosco nulla, nemmeno il bagno. Comincio a ragionare, ad andare di logica. Dunque, dove potrebbe stare la carta igienica, considerate le dimensioni della stanza, i gusti dell’arredatore ed il carattere del padrone di casa? Se la mia ipotesi si trova in un punto raggiungibile senza spargimenti, tento l’avventura. Se questa dovesse aver stabilito una distanza non copribile, tento di raggiungere il primo rubinetto a portata di mano. Vasca, lavandino, bidé non importa. L’importante è un po’ d’acqua.
Nei bagni pubblici, soprattutto dalle nostre parti, dove l’attenzione al cliente prima di tutto, non hai speranze. Tenti di saltellare verso il lavandino, quando c’è. Quando non c’è tenti di saltellare e basta.
E dire che tutto questo è evitabile con delle piccole ma risolutive variazioni comportamentali: sostituendo il rotolo della carta igienica quando questa finisce, ricordandosi di non arrivare in bagno quando ormai scappa, munendosi di fazzolettini di carta.
Ma in ogni caso e ovunque controllare, prima di cercare sollievo, che ci sia la carta igienica, per liberarsi di tutta una serie d’inutili acrobazie facilmente evitabili.

Ecco, ora allarga questo cazzo di semplicissimo concetto ad altri campi della vita.
E metti la carta igienica in bagno.

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sabato, 02 agosto 2008
Queste sono le immagini che hanno accompagnato la mia estate da adolescente.




Alle 10.25 nella sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Bologna esplose un ordigno che uccise ottantacinque persone, ferendone oltre duecento.
Quel giorno la stazione era affollata di turisti in partenza per le vacanze.
La strage di Bologna è stato uno degli atti terroristici più gravi.
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giovedì, 24 luglio 2008
Poi c’è chi si stupisce del fatto che io sia single. Ma, dico, li avete visti quelli della mia generazione? Ce n’è una buona percentuale che non ha le palle per prendersi cura e responsabilità di una relazione. L’altra metà è di una noia mortale. Nell’insieme sono nostalgici dei tempi andati, dei valori di sinistra, dell’impegno post anni di piombo (ovvero il periodo più nero dell’ideologia di sinistra!). Quel tipo di nostalgico che è legato a quel periodo perché è stato l’unico momento in cui quei valori gli sono veramente appartenuti, o così gli sarà sembrato, almeno allora. Di quei valori sono rimaste solo le sagome di cartapesta. Qualche vecchio poster, conservato da qualche parte. Ogni tanto sbuca una maglietta rivoluzionaria. Ma niente, davvero niente dei comportamenti di oggi lascia intuire i valori di un tempo.
E io mi annoio. Mi annoio e m’intristisco.

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martedì, 22 luglio 2008
Pretendere che io trovi interessante un libro incentrato sul calcio, è come pretendere che tu trovi interessante un libro che ruota attorno all'arte del punto croce.
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giovedì, 17 luglio 2008
Io conosco molta gente ma non credo di avere molti amici. Gli amici per me sono quei pochi che ho voglia di sentire quanto mi sento persa, che tanto solo loro sopporterei nei momenti così. Quelli che dicono quella fondata osservazione che so rappresentare un mondo, mio e dell’amico che me lo mostra proprio quando ne ho bisogno. Quello che mi guarda negli occhi e con gli occhi mi sorride, mi rimprovera, mi sta accanto.
Questo non sminuisce il ruolo che hanno le tante persone che vedo, che incontro, con cui passo piacevoli momenti. Ci sono persone con cui condivido passioni, altre con cui passo momenti all’insegna della leggerezza (leggi cazzeggio totale), altre ancora, che magari conosco ancor meno, di cui ho voglia di ascoltare le storie, che hanno vite che mi affascinano.
Ho imparato molto da queste persone che il più delle volte forse neanche immaginano quello che hanno significato per me. Le penso spesso con affetto e gratitudine per i loro inconsapevoli suggerimenti.
È che ho passato tutto il giorno litigando e sono stanca.


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